Il c.t. della Spagna sfida la Lituania: “Umili, con meno talento ma ugual voglia di vincere”

 

 

Sergio Scariolo. BCC

 

In Italia non ce ne rendiamo bene conto. Se la Spagna stasera batte la Lituania nella finale dell’Europeo, sarà la terza medaglia d’oro, in tre edizioni disputate, di Sergio Scariolo. Tante quante Dusan Ivkovic, secondo nella storia solo al leggendario colonnello Alexandar Gomelsky, che con l’Urss ne conquistò sette. Intanto ha raggiunto l’hall of famer Sandro Gamba, il recordman italiano, a quota 4 medaglie. Siamo compatrioti di un mito e non lo sappiamo? Ma non è ancora tempo per le celebrazioni personali o per parlare dell’Italia. Anche se qualcosa, per Scariolo, è già cambiato.

Lo shock del flop casalingo nel Mondiale 2014 e la sconfitta in semifinale con la Francia del 2013, oltre che a far crocifiggere il tecnico Juan Antonio Orenga, hanno modificato la percezione comune, non solo in Spagna, che “fossero capaci tutti” di allenare la Nazionale e vincere con una meraviglia cestistica al proprio fianco come Pau Gasol e un quintetto di giocatori straordinari, fosse il coach Moncho Lopez, Pepu Hernandez, Aito o Scariolo. La finale di oggi, con una squadra priva di Marc Gasol, Juan Carlos Navarro, Ricky Rubio, José Calderon e con Rudy Fernandez a pezzi, oltre che un risultato fantastico, toglie dal lavoro del nostro tecnico la polvere dell’ovvietà che si era posata sui titoli vinti nel 2009 e 2011, e sull’argento olimpico del 2012. Molti, oggi, parlerebbero di grande impresa. Ma, come dice Pau, dando l’istantanea di come funzionano le cose nella mente dei campioni pur con la medaglia d’argento e l’Olimpiade già in tasca: “Non abbiamo ancora fatto niente”.

Scariolo, come si sente davanti alla terza finale, la prima non partendo all’Europeo da favorito?
“Non c’è dubbio che siamo andati oltre alle aspettative, ma vogliamo continuare a restarci e finire il lavoro. Essere contenti non significa fermarsi. Non c’è una motivazione maggiore né una sensazione più appagante del sapore della vittoria. Questa squadra la conosce e non la cambierebbe con niente”.

E’ in finale con la sua Spagna di minor profondità e talento.
“Siamo stati umili, abbiamo riconosciuto di essere meno forti che in passato ma, nello stesso tempo, con l’ambizione di vincere ugualmente cercando altre strade e lavorando duramente per riuscirci. Una medaglia d’oro così darebbe ancora più soddisfazione”.

La finale con la Lituania è una sfida inattesa.
“Che premia due storie simili e due squadre che hanno meritato di giocarla. Ammiro i lituani per lo sforzo, il sacrificio, la capacità di superarsi, la durezza e la solidità impressionanti dimostrate. Hanno vinto le partite di decisive contro Italia e Serbia, che ci hanno battuto, in gare all’ultimo tiro. Questa finale è una forma di giustizia dello sport: non ci sono arrivate le due squadre più forti, che giocheranno per il bronzo, ma chi è andata oltre il puro talento. Se no saremmo al fantabasket”.

La finale conquistata dà un grande valore al suo ritorno in panchina.
“Io vedo l’allenatore come un coordinatore di sforzi: il fatto che ognuno adempia al proprio compito è fondamentale nelle vittorie come il non farlo è un fattore delle sconfitte. Sono grato a tutti per avermi permesso di essere contento del lavoro fatto finora. Faccio fatica a giudicare me stesso. Ho fatto il meglio che ho potuto che per me è una cosa normale perché è il principio col quale sono stato cresciuto dai miei genitori. Credo che i giocatori lo capiscano e mi rispettino per questo nonostante gli errori che commetto. La disciplina con la quale dei campioni con un elevatissimo quoziente intellettivo cestistico ascoltano le mie indicazioni, le seguono, partecipano alla gestione e alle decisioni è il massimo che un allenatore può chiedere al proprio lavoro”.